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Il gruppo di lettura Monteverdelegge è nato nell'ottobre 2008 e si incontra una volta al mese. Info: monteverdelegge(at)gmail.com

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mercoledì, 18 novembre 2009

Bacheca: Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà


Domenica 29 novembre ore 19
ROMA, CIRCOLO DEGLI ARTISTI (Via Casilina Vecchia 112):

Antonella Agnoli presenta il suo libro
Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà (Laterza)

Saranno presenti in sala Francesco D’Ayala (TG3 Rai),
Flavia Cristiano (Centro per il Libro e la Lettura)
e Sabina de Tommasi (operatrice teatrale)

Antonella Agnoli ha progettato la biblioteca San Giovanni di Pesaro, di cui è stata direttore scientifico fino a marzo 2008.
Coordinatrice dell’Associazione Forum del Libro, è consulente di vari architetti e di molte amministrazioni locali per la progettazione degli spazi e dei servizi bibliotecari. Ha pubblicato La biblioteca per ragazzi (Milano, 1999) e vari saggi in volumi e riviste.


postato da: monteverdelegge alle ore 20:28 | link | commenti
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mercoledì, 04 novembre 2009

Famiglie

Per citare Manzoni, quest'anno, invece di cercar lontano, scaviamo vicino. E così dopo l'itinerario sull'Altro, che ci aveva portato da Joseph Conrad a Amitav Ghosh, passando per Abraham Yehoshua e Chinua Achebe, nel ciclo 2009-2010 di Monteverdelegge parleremo di Famiglie, nel senso più ampio di "persone unite da vincoli di parentela o di affinità". E ancora una volta cominciamo con un classico, I Buddenbrook di Thomas Mann. L'appuntamento è fissato per sabato 21 novembre alle 11 nel Salone degli affreschi del Dsm, in via Colautti 28.
postato da: monteverdelegge alle ore 15:36 | link | commenti
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mercoledì, 21 ottobre 2009

gruppi di lettura

Ottobre negli Stati Uniti è il mese dei gruppi di lettura. In questo sito ci sono parecchie informazioni interessanti. (mtc)


postato da: monteverdelegge alle ore 20:23 | link | commenti (1)
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mercoledì, 08 luglio 2009

Graphic Novel / Stevenson / Pratt / Conrad

Robert Louis Stevenson, “Treasure Island - The graphic novel” adapted by Tim Hamilton. Byron Priess Book, USA, 2005, pp. 176.

Ho comprato questo volume per fare un regalo ad un piccolo amico, ma poi mi ci sono affezionato, forse inconsciamente lo volevo per me. Si tratta dell’adattamento a fumetti del classico romanzo di Robert Louis Stevenson che un po’ tutti abbiamo letto da ragazzi. La Graphic Novel e’ un genere credo sottovalutato, ma non banale, non semplicistico, con una specificità linguistica suggestiva che apre verso fasce di lettori che magari vorrebbero evitare di impegnarsi su un testo “lungo” per pigrizia o ignoranza, ma anche per mancanza di tempo o per semplice non-abitudine alla lettura. In particolare questo adattamento grafico, tutto in bianco e nero, e’ realizzato con disegni molto belli e curati che ci riportano alle tavole del miglior Hugo Pratt, quello esotico e oceanico di “Una Ballata del Lago Salato”, un vero e proprio romanzo, anche se nato come fumetto. Quello che dice Umberto Eco nella sua storica introduzione: <<tutto, nella ballata, segue il ritmo delle rotte marine che racconta anche la psicologia dei personaggi che si amano dopo essersi sparati addosso o si uccidono per amicizia>>, vale anche per questo adattamento di Tim Hamilton, un graphic designer con, alle spalle, navigate esperienze editoriali che vanno dalla Marvel al New York Times Book Review, dopo essersi specializzato al Pratt Institute.

L’Isola del Tesoro, riletta a fumetti, trasmette una drammatica profondità che credo abbia invece perduto nelle infinite rappresentazioni cinematografiche o televisive. Il tratto in chiaroscuro ci introduce in un racconto fantastico e anche un po’ onirico, ma con un ritmo secco e veloce, com’e’ nello stile fumettistico. La colonna sonora, fatta di TAP, THUNK, CA-CHING, CLINK, KRNCH, BWOOM, K-SPLSH ci riporta ad un linguaggio adolescenziale forse mai dimenticato, ma lasciato in disparte, pronto a riemergere per un’ora di puro relax.

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Penso che, se non e’ stato gia’ fatto, anche “Cuore di tenebra” sarebbe un ottimo soggetto per una Graphic Novel. Il viaggio, l’azione e le tematiche del racconto cosi’ come sono state tradotte in uno straordinario film come Apocalypse Now, potrebbero altrettanto bene essere riportate sotto forma di Graphic Novel.

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Stevenson versus Conrad

Le vite e le opere di Robert Louis Stevenson e di Joseph Conrad, due grandi della letteratura inglese, presentano alcuni notevoli parallelismi e qualche inquietante divergenza. Stevenson nasce in Scozia da madre francese e padre scozzese nel 1850, Conrad in Polonia sette anni più tardi. Stevenson, dopo una vita da romanziere e da viaggiatore, muore nel 1894 nella sua bella casa alle isole Samoa, mentre Conrad, nello stesso anno, smette di viaggiare per mare e si stabilisce in Inghilterra dove inizia a scrivere romanzi in inglese, la sua terza lingua. Entrambi partono dal nord Europa e vanno verso sud, l’ultimo viaggio e’ oltre l’equatore, in Polinesia per il primo, in Congo per il secondo. Entrambi si ammalano, ma Stevenson e’ spinto dalla tisi a spostarsi a sud, mentre Conrad dopo una malattia cronica contratta in Africa e’ risospinto a nord. E’ improbabile che Stevenson abbia conosciuto Conrad, mentre e’ possibile e probabile che Conrad leggesse i romanzi del primo e conoscesse la sua vita, data la grande popolarità acquisita da Stevenson con la pubblicazione de “L’isola del tesoro” e “Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde”. Cosa poteva pensare Conrad di Stevenson? Attrazione? Invidia? Desiderio di emularlo? O niente di tutto ciò?

Si e’ detto che in “Cuore di tenebra” il personaggio di Marlow e’ autobiografico, ma chi rappresenta Kurtz, questo ambiguo e geniale personaggio, osannato e adorato dai suoi indigeni?

Per rispondere a questa domanda sono portato a rilevare alcune interessanti coincidenze.

Kurtz si presenta con caratteristiche umane sia positive che negative, così come il binomio Jekyll-Hyde presenta i valori del bene e del male nello stesso uomo, sia pure sdoppiato. Kurtz ha uno straordinario ascendente sugli indigeni che, nonostante la grave malattia, non lo vogliono riconsegnare ai bianchi. Stevenson si stabilisce nel 1890 a Upolu, la principale delle isole Samoa, insieme ai suoi cari e vi costruisce una villa che chiama “dei 5 fiumi”. Divide la sua attività tra lo scrivere e l’assistenza agli indigeni. E’ letteralmente venerato dalla popolazione locale che lo soprannomina Tusitala, “il narratore di storie”. L’affetto degli indigeni giunge al punto di costruire una strada per Stevenson, che lui chiamò “la strada dei cuori affezionati”. Quando Stevenson muore, gli indigeni, per rispettare le sue ultime volontà, trasportano a spalla la sua bara sulla cima del monte che domina l’isola tagliando la fitta foresta per passare.

Kurtz e’ dunque Stevenson? Forse non e’ questo esattamente il punto, direi piuttosto che Kurtz sta a Stevenson come Mr. Hyde sta al Dr. Jekyll. Se quindi Conrad e’ Marlow, Kurtz e’ invece il gemello “cattivo” di Stevenson e ne riporta alcuni elementi della vita in modo fantastico e distorto. Mi piace immaginare che Conrad, vissuto molto più a lungo di Stevenson, ne abbia, in fondo, invidiato la fine, celebrata e gloriosa.

Alessandro Drago

postato da: monteverdelegge alle ore 22:39 | link | commenti
categorie: conrad, stevenson
venerdì, 22 maggio 2009

Lo schiavo del manoscritto

Sabato 6 giugno 2009 si terrà l'ultimo incontro del gruppo di lettura Monteverdelegge prima dell'estate. Abbiamo alcuni progetti interessanti per l'autunno, e ve ne parleremo, ma intanto due righe sul prossimo libro condiviso, Lo schiavo del manoscritto di Amitav Ghosh, uscito qualche anno fa per Einaudi. Teoricamente il volume è ancora in catalogo, ma non si trova facilmente, per lo meno in libreria: meglio cercarlo in biblioteca (è reperibile, talvolta in più copie, in tutte le biblioteche comunali) o nelle librerie online (non in tutte, ma per esempio nel sito di Libreria universitaria). Chi legge in inglese, lo può trovare su Amazon: il titolo originale è In An Antique Land.
A chi vuole saperne di più su Ghosh, e su questo libro, consigliamo di leggere la breve introduzione all'opera dello scrittore indiano scritta da Lorenzo Pavolini, quando Ghosh è venuto a Roma, qualche anno fa, in occasione del Fedstival Ltterature di Massenzio.
E qui di seguito, trovate il testo di due interviste a Ghosh, uscite sul "manifesto nel 1999 e nel 2001 (all'indomani dell'attentato alle Torri gemelle).

L'ANTROPOLOGO DELLA PAROLA

- MARINA FORTI -

I romanzi di Amitav Ghosh sono popolati di umani che si spostano, emigrano, viaggiano, in un gran subbuglio di corpi e di menti. Nelle sue pagine ci muoviamo tra villaggi del Bengala affollati di profughi, quartieri di emigranti nel Golfo arabo, bar newyorkesi echeggianti nenie degli hindi film, campagne del delta del Nilo. Valicare frontiere, geografiche e culturali, è ingrediente essenziale per questo scrittore nato a Calcutta nel 1956, autore di romanzi di fama internazionale e di alcuni bellissimi réportages. Ma viaggiare, avverte Ghosh, è un'impresa che comincia nella nostra immaginazione: "Le mappe che abbiamo in testa corrispondono solo approssimativamente agli atlanti che aprivamo sui banchi di scuola", ha scritto nell'introduzione ai suoi réportages da Cambogia e Birmania. Spiega: "Viaggi, ed è importante ciò che vedi, ma anche per cosa hai costruito nella tua immaginazione attraverso i ricordi personali, le storie sentite, le cose lette".

Incontriamo Ghosh a Bologna, tra una conferenza all'università e una relazione al convegno internazionale Spazi e confini del romanzo (appena concluso a Forlì). Amitav Ghosh è un antropologo, ma scrivere è sempre stato il suo obiettivo: "A 17 anni, finito il college in India, avrei voluto una carriera letteraria: ma non c'era sostegno per una scelta simile, e l'unico modo per scrivere era il giornalismo. Così ho cominciato a lavorare in un giornale. Certo come carriera letteraria non era molto, e dopo un anno e mezzo sono tornato all'università. Poi ho avuto una borsa di studio, inaspettata, per un dottorato in Inghilterra in antropologia sociale. Scrivere è venuto molto più tardi. Ma già l'antropologia mi avvicinava a ciò che realmente volevo: scrivere, studiare, viaggiare".

Quegli studi portano Ghosh tra l'altro in Egitto, in due piccoli villaggi non lontani dal Cairo, in un apprendistato umano che poi narrerà in Lo schiavo del manoscritto, dove si intrecciano diversi piani temporali: uno sconosciuto schiavo indiano citato in un manoscritto medievale, la fitta rete di scambi mercantili che univano allora il Mediterraneo e l'Oceano indiano, le diaspore e guerre odierne, l'arrivo di una modernità inaspettata nei villaggi del Nilo. Quei villaggi, osserva Ghosh, "sembravano dominati dal via vai incessante che caratterizza le sale d'attesa degli aereoporti", incrocio di viaggi e migrazioni.

Attraversare le frontiere, sembra dire, è parte dell'esperienza moderna.

Sì. Ma è strano, è un aspetto dell'esperienza moderna molto poco rappresentato. Voglio dire che il viaggiare, registrare, creare un discorso sul viaggio continua a essere prerogativa dei privilegiati. Eppure, se solo camminiamo per strada, siamo circondati da persone giunte da posti lontani, forse cresciute in un villaggio come quelli che racconto. Né è una caratteristica unica della nostra epoca, in fondo è successo per centinaia d'anni. Ecco, questa è un'esperienza che mi affascina profondamente. Farò un esempio. In Cambogia, a Phnom Pehn, c'è un grande memoriale alle vittime del genocidio nel luogo dov'era il peggior campo di tortura. Là ci sono anche novanta indiani. Vedere le loro foto in quell'elenco mi ha commosso. Mi chiedevo chi fosse quella gente, ho cercato di immaginare qual è stata la loro esperienza, com'erano finiti là".

Ghosh si interrompe: "Nella mia esperienza di giornalista ho imparato che ovunque succede qualcosa c'è sempre un indiano che guarda", ride: "Cherchez l'indien. E' un ottimo testimone; non sta esercitando un potere, non prende parte agli eventi. Non esprime opinioni, prende nota. Dal Ruanda alla Malesia, se riesci a farti raccontare cosa ha visto, è affascinante".

In un articolo pubblicato dal "New Yorker" nel '95, lei parla dei disordini seguiti alla morte di Indira Gandhi oltre dieci anni prima: il pogrom contro i sikh a New Delhi, i gesti silenziosi di persone normalissime che cercarono di salvare persone in pericolo. Scrisse: "Dovevo risolvere il dilemma tra l'essere scrittore e l'essere cittadino". Come l'ha risolto?

Quando ero più giovane mi sentivo molto impegnato e partecipavo attivamente a diverse cause di sinistra. Poi mi sono allontanato da quel tipo di attivismo. Vede, si tratta di riflettere su cosa sia "impegno". Firmare un documento o partecipare a una marcia, in fondo, è la cosa più facile. Più difficile è cercare la verità nelle esperienze che vivi, e trovare il modo di farne la materia del tuo lavoro: quella è la vera sfida per uno scrittore.

Nei suoi scritti c'è un tema che ritorna. E' quello della "Spartizione" che diede vita agli stati separati di India e Pakistan, nel '47, e della sua sanguinosa eredità di profughi, conflitti, violenze. Ma ci sono anche i silenzi. Come in "Le linee d'ombra", dove il giovane protagonista assiste terrorizzato a disordini popolari, ma scoprirà solo da adulto una tragedia vissuta dalla sua famiglia. In diversi saggi lei ha parlato della difficoltà a ricostruire gli eventi, rompere il silenzio. E' questa una spinta a scrivere?

Credo di sì. Penso che scrivere a volte serva a uno scopo molto primitivo e fondamentale. Io, e credo molti scrittori indiani della mia generazione, veniamo da un contesto letterario profondamente occidentalizzato, modernista, impegnato in sperimentazioni letterarie. Ma più scrivo, più mi rendo conto di una differenza fondamentale: in Occidente gli eventi storici sono stati esposti, o almeno storicamente dibattuti. Non da noi: per me la difficoltà è scoprire che tutto quanto mi è stato detto e ho creduto era menzogna - o almeno mitologia, o qualcosa che nasconde qualcos'altro. Come riconciliarsi con i fatti, come venire a capo della verità? Più scrivo, più sento che la mia spinta a farlo è ben più primitiva di una sperimentazione letteraria: è il bisogno di articolare gli eventi. Mi spiego. Ha visto Il ponte sul fiume Kwai? il film narra della ferrovia costruita dai giapponesi mettendo al lavoro i prigionieri di guerra occidentali, britannici e americani. Ebbene: di recente, in Malaysia, ho incontrato dei sopravvissuti della guerra. Con mia sorpresa ho scoperto che quella ferrovia è stata costruita per tre quarti da lavoratori indiani. Ne ho incontrati alcuni. Non erano prigionieri, ma volontari. Perché lo fecero, ho chiesto loro. Hanno risposto che "per i bianchi quello era l'inferno. Ma per noi, era la vita a cui eravamo abituati", la vita che facevano sotto i britannici. Scoprire cose simili è una sorta di shock: ti rendi conto di quanti miti, quante menzogne circondano ancora la storia.

Nello "Schiavo del manoscritto" lei riferisce un burrascoso dialogo avuto con l'imam del villaggio egiziano dove aveva studiato a lungo. Il religioso le rimprovera i costumi hindù: "venerate le vacche", "bruciate i vostri morti", cose ai suoi occhi inaccettabili. Finirete per gareggiare su chi ha armi più potenti, l'India o l'Egitto, come a stabilire un primato nella tecnologia della violenza moderna. Eravamo entrambi, scrive, "in viaggio nell'Occidente". Lo scorso maggio India e Pakistan hanno condotto test nucleari. Viene da chiedersi: sono due paesi "in viaggio nell'Occidente"?

Sì, è esattamente ciò che penso. India e Pakistan, o le élites che governano i due paesi, si vedono essenzialmente come un interlocutore delle potenze del primo mondo. Si misurano su questo. Alla domanda "perché la bomba", un indiano risponderà "perché gli Usa ce l'hanno, la Francia ce l'ha". Ma la bomba rappresenta la totale divaricazione nell'atteggiamento di governanti e governati in India, una rottura nella continuità morale. Ha prodotto due nazioni: una si vede in competizione con il primo mondo e l'altra non ha nome, non sa neppure che il primo mondo esista.

Qui abbiamo avuto l'impressione di un consenso generalizzato alla bomba, in India come in Pakistan.

Ma non è così. Il paese è più diviso che mai, non c'è affatto consenso generalizzato. Né in India, né in Pakistan, dove anzi per la prima volta il governo del Baluchistan (dove si trova il sito dei test nucleari, ndr) si è opposto a quello centrale. Entrambi i paesi sono profondamente divisi e credo che in entrambi la bomba segni il fallimento dello stato. Hanno solo la bomba da mostrare, non benessere, sviluppo economico, niente.

Al governo a New Delhi è una coalizione guidata dal Bjp, "Partito del popolo indiano", ispirato a un'idea di "nazione hindù" (che nega le minoranze, musulmani e altri) e apertamente ostile ai principi laici della Costituzione indiana. E' il partito che nel '91 organizzò la demolizione di una moschea a Ayodhya, nella piana del Gange, suscitando reazioni e violenze in tutto il subcontinente.

La difficoltà dell'India a mantenere la sua natura di nazione plurale, è parte di questo fallimento?

Tutti ci chiediamo dove stia andando l'India. E' chiaro che l'attuale governo hindu non riesce a governare. Se ci fossero elezioni oggi perderebbe. Ma qualsiasi altro governo perderebbe nel giro di un anno, come è stato con i governi precedenti. Viviamo una crisi profonda. Vede, il problema delle identità è stato posto in termini di conflitto tra hindu e musulmani, ed è orribile. Ma la convivenza di comunità politiche è la questione essenziale oggi in India. La classe politica però non si sente responsabile verso la comunità più larga, manovra semplicemente per mantenere il potere. La democrazia è tutto ciò che abbiamo, ma allo stesso tempo è svilita: assistiamo a un crollo della comunità morale, del sentirsi parte di una società comune. Prevale la politica di caste, gruppi, regioni. La crisi è ancor più acuta in Pakistan. Non è la metafora della casa comune che crolla, penso piuttosto a un lago che si prosciuga: sul terreno restano piccole pozze, isole di verde. C'è un esercito più forte, anche se non vuole assumere il potere come ai vecchi tempi; ci sono i gruppi criminali, i terroristi, i fondamentalisti, piccole sacche agiate che si circondano di muri e guardie private... ma manca l'acqua, il tessuto connettivo della società. A volte penso alla generazione di nazionalisti che ha combattuto per l'indipendenza. Ho totale simpatia per loro, lottavano per la libertà ed erano convinti di poter governare il paese. Quello che non si poteva dire allora, e forse neppure ora, è che siamo una società traumatizzata - che non ha neppure riconosciuto la natura del suo trauma. La "Spartizione", i conflitti, discendono da un trauma fondamentale, la distruzione di un tessuto sociale. E' questa l'eredità dell'imperialismo.

 

(7 marzo 1999)

"Anche io mi sento dilaniato"
Intervista allo scrittore indiano Amitav Ghosh. Vive a New York, ama il luogo dove ha scelto di vivere come quello in cui è nato. Sì, conoscevo tutte le menzogne d'America, dice. Ma l'attacco alle due torri è stato una violenza, prima che a New York, all'idea di universalità che in essa vive. Un'idea ben diversa dalla globalizzazione e dalla politica americana, ormai trasformata in intrattenimento. Basti guardare i diplomatici americani: incompetenti, arroganti e ignoranti come l'ultimo dei proconsoli
MARCO D'ERAMO - INVIATO A NEW YORK

Quando in una strada alberata di Brooklyn, suono alla porta della casa di mattoni rossi, una ragazzina dagli occhi neri mi viene ad aprire ansante per la corsa e chiama: "Papàaa!". Mi guardo attorno nel tinello cercando le atmosfere dei romanzi, soprattutto di quell'incredibile thriller metafisico che è Cromosoma Calcutta e di quell'appassionante incrocio tra romanzo e antropologia del moderno che è Lo schiavo del manoscritto. Il loro autore scende dalle scale ancora asciugandosi dopo la doccia i capelli precocemente bianchi. I bambini continuano a giocare indemoniati. Così Amitav Ghosh mi propone di andare a parlare nel parco a due passi. Sediamo su una panchina in cima a un declivio erboso. Le parole si fanno varco nella fresca brezza autunnale.

Dove eri l'11 settembre, al momento dell'attacco?

A casa. Mia moglie mi ha chiamato per darmi la notizia. La scuola di mia figlia si affaccia sull'East River, proprio di fronte alle Twin Towers. Quando sono andato a prenderla, mi ha detto: "Ho visto tutto dalle finestre della mia classe di storia". E poi abbiamo saputo che un nostro vicino, il padre della migliore amica di mia figlia, era tra le vittime. Sono stati momenti difficili. I suoi due figli sono venuti a stare da noi per diversi giorni. La parola che meglio definisce lo stato d'animo di questi ultimi mesi è l'ansia.

Tu hai descritto spesso l'incredibile viavai della modernità, con tutti a "viaggiare in Ovest", ad avere la testa nell'universo culturale e immaginario plasmato dall'Occidente, non importa dove vivano. Se dovessi rtivolgere lo stesso sguardo agli ultimi eventi, come ti apparirebbero?

E' curioso, perché ho vissuto a lungo nel Medio Oriente, parlo arabo, mi sento vicino a tutto quel che succede lì. E nello stesso tempo vivo a New York e ho una naturale simpatia per dove vivo. Vedi, noi tutti abbiamo saputo per molti anni le menzogne degli Stati uniti. Ma ora, di fronte a quel che è successo, ti senti davvero dilaniato.

C'è chi vede in questa strage un effetto perverso della globalizzazione.

Io sono contro la globalizzazione. Ma chi ha ne sofferto davvero? L'Africa subsahariana e il sudest asiatico. E gli attacchi suicidi non li hanno portati né africani, né asiatici, ma arabi, cioè la borghesia del Terzo mondo. Quelli che hanno profittato della globalizzazione. Osama Bin Laden ha giocato per anni in borsa, è un capitalista globale.

Forse gli Stati uniti pagano la loro politica "il nemico del mio nemico è mio amico". Se erano anticomunisti, i peggiori dittatori della terra andavano sostenuti. I talebani e Osama Bin Laden erano nemici dei sovietici perciò andavano finanziati e armati.

Gli amici che si sceglieva l'Urss erano altrettanto impresentabili. Indira Gandhi ha appoggiato il fondamentalismo sikh e fomentato il terrorismo in Sri Lanka. Sono stato colpito da Fidel Castro che ha denunciato in modo inequivocabile il terrorismo. E chi lo sa meglio di lui che ha combattuto l'America per tutti gli ultimi 45 anni? E lui ha detto che qualunque sia il tipo di mondo che vogliamo, è comunque un futuro del costruire, non del distruggere.

Quest'orrible tragedia, mi è stato detto, ha comunque fatto capire agli americani come sono visti e quanto sono odiati dal resto del mondo.

Certo, gli ha insegnato quel che il mondo pensa di loro. Ma non era una lezione molto difficile, sapevano già di essere odiati.

Credi proprio? Ho l'impressione contraria. Quando comandano, i tedeschi non pretendono di essere amati, voglione essere ubbiditi e basta. Gli americani invece vogliono comandare e, nello stesso tempo, essere amati per il loro dominio.

E' tipicamente anglosassone: anche gli inglesi volevano l'impero e volevano essere amati. Ed erano scioccati nello scoprire di non esserlo. Ma l'essere odiati non è una prerogativa americana. Per anni ho fatto conferenze in cui li mettevo in guardia: "Voi non sapete quanto il mondo è arrabbiato contro di voi", dicevo. E mi preoccupo, perché io non sono americano, ma i miei figli sì. Ma io sono indiano e poche nazioni al mondo sono odiate quanto l'India. Ovunque, in Pakistan, in Bangladesh, Nepal, Sri Lanka, Birmania, la gente odia l'India. E non è solo colpa dell'India. In un certo senso, esistere nel mondo è fornire a qualcuno motivi di rancore. E voi europei pensate che solo gli americani siano odiati? Dovreste capire che non è così, è tutto il Primo Mondo, con Europa e Giappone, che è odiato. L'America è odiata di più perché è il metro di misura (defining instance) dell'Occidente. Citami un paese che è amato, non ne conosco nessuno.

Ma non credi che il risentimento dipenda anche dal fatto che, almeno finora, gli americani hanno ritenuto superfluo fare politica, trattare, ma si sono basati solo sul proprio arsenale e il proprio potere economico?

E' una funzione del post guerra fredda. Ho viaggiato molto come giornalista e mi ha sempre colpito che, quando incontri i diplomatici americani all'estero, non sono diplomatici, sono proconsoli, non s'impegnano nella politica del luogo, non conoscono i politici locali, sono incompetenti nel modo in cui può diventare incompetente un proconsole dell'impero. Perfino un diplomatico di basso rango italiano ne sa di più, della politica locale, del plenipotenziario Usa. Per loro è una catastrofe. Hanno dimenticato che per stare al mondo bisogna contrattare, praticare l'arte del dare un po' per ottenere un po'. Ma il più responsabile di questa situazione è stato Bill Clinton. L'America di Clinton era una Fantalandia, una pura fantasia. Mi ci sentivo così fuori luogo. Eppure Clinton era il politico più popolare al mondo, anche all'estero. L'America ha voluto sostituire la politica con l'intrattenimento.

Ma l'11 settembre li ha scaraventati nella realtà. O è impossibile per loro restarci, e finiranno per tornare il prima possibile dentro al film?

No, il nuovo senso di vulnerabilità resta, ma ha le sue controindicazioni: il prossimo che ha rimostranze da fare all'America sa che il solo modo di attrarne l'attenzione è una grossa bomba.

Mi ha scandalizzato l'indecorosa codardia dei politici americani, fuggiti come conigli alla minima minaccia.

La reazione può sembrare proporzionata. Ma fammi dire che c'è un eccitazione e un timore nel vivere dove l'inedito è visitato: in un certo senso vedi la nascita del nuovo. Questa faccenda dell'antrace è del tutto nuova, mai esperimentata prima. L'uso di armi biologiche da parte del terrorismo non si era mai visto al mondo. Perciò noi non sappiamo come si sarebbe comportato un altro al posto dei politici americani. A Roma non sarebbe successo lo stesso? Io parlo con l'India tutti i giorni e anche lì c'è il panico per l'antrace. Sono stati trovati tre o quattro casi in Bengala. Il presidente indiano ha ricevuto una lettera all'antrace. E' qualcosa di nuovo, e non disponiamo di protocolli. Quando a inizio '900 sono cadute le prime bombe aeree, la gente fu presa dal panico, non sapeva cos'era. Ora succede lo stesso ai politici che sanno di essere il bersaglio dell'antrace. Dobbiamo elaborare i protocolli.

Come reagiscono i tuoi studenti?

Non sono affatto allarmati. Nella mia classe ci sono un postino, un poliziotto, una ragazza afghana, due uzbeki, alcuni iraniani. Io insegno al Queens College, e Queens (ndr: uno dei 4 quartieri di New York, insieme a Manhattan, Brooklyn e Bronx) è l'area più multietnica del mondo. Nella mia classe, su 50 studenti ci sono forse 35 lingue diverse. E i miei studenti non sono agitati, vivono la propria vita. Sono newyorkesi, sono tosti, sai. E' una cosa strana vivere a New York di questi tempi, perché davvero capisci che posto meraviglioso è. Negli anni '90, mi sono sempre sentito a disagio per la hubris di New York, la sua arroganza planetaria, ma dopo l'11 settembre la sua tristezza, il suo lutto mi sono sembrati necessari. E' una tristezza ineludibile, perché l'idea di universalità - che è intrinseca a New York - è sempre sotto assedio. L'universalità avrà sempre i suoi nemici. Ricordi la filosofia della storia del pensatore arabo Ibn Khaldun, basata sull'idea del deserto e del seminato, della città e dei suoi nemici? La città è sempre assediata dai suoi nemici, perché è una minaccia per tutti coloro che vogliono proteggere la loro purezza, la purezza familiare, etnica, religiosa. E New York rappresenta esattamente il contrario: il venire a contatto di ogni cosa. Proprio per questo è stata scelta come bersaglio, perché incarna l'idea di universalità.

Anche perché il World Trade Center era il centro e il simbolo del potere mondiale del capitalismo americano.

Ed era a New York.

Tre giorni fa, Robin Blackburn mi osservava che: 1) l'Occidente ha sabotato tutte le rivoluzioni democratiche laiche nell'Islam; 2) nel '600 la rivoluzione democratica inglese è stata opera dei fondamentalisti religiosi, i puritani, e poi ha dato adito allo stato laico; e quindi è possibile che i fondamentalismi islamici attuali siano la via che intrapreso l'Islam per accedere alla modernità e alla democrazia.

E' completamente infondato. E' straordinario che un liberal occidentale trovi che i talibani sono una via islamica alla modernità. L'Occidente non ha mai avuto il potere di fermare una rivolta di massa. Negli anni '70 vivevo in Iran, e gli americani disponevano di parecchie divisioni. E non poterono prevenire un bel niente. Se è forte, una rivoluzione è inarrestabile. E tu puoi amarli o no, ma il fatto è che gli iraniani avevano un progetto di società e lo hanno realizzato, creato una certa società civile, messo su un governo. Gli iraniani sono stati i primi a condannare i talibani. Il problema in Arabia Saudita non è solo l'appoggio americano a una monarchia corrotta, è che i fondamentalisti musulmani non hanno un'alternativa. Osama bin Laden si oppone alla dinastia saudita, mica perché vuole creare istituzioni democratiche. Vuole diventare lui il re. Mi ricorda molto Pol Pot che crebbe nel palazzo reale e fu creato da Sihanouk. Guarda all'Afghanistan, cosa hanno fatto? Hanno dichiarato un regno islamico. Amir vuol dire principe, re in arabo. Cioè hanno stabilito un emirato islamico. La loro politica è medievale.

(4 novembre 2001)

postato da: monteverdelegge alle ore 14:27 | link | commenti
categorie: india, schiavo, manoscritto, ghosh
sabato, 09 maggio 2009

Di nuovo Yacoubian

 
  dal "manifesto", 29 maggio 2008
  Maria Teresa Carbone

 

Prima di diventare un sorprendente caso editoriale (quanti sono stati finora i bestseller internazionali di lingua araba?), Palazzo Yacoubian dell'egiziano 'Ala al-Aswani aveva incontrato sul suo cammino qualche inciampo: i primi quattro editori ai quali l'autore aveva sottoposto il manoscritto erano stati generosi di lodi, ma non lo avevano pubblicato. Amaramente poi se ne devono essere pentiti, visto che il romanzo, da cui sono stati anche tratti un film e una serie televisiva, ha venduto dal 2002 centinaia di migliaia di copie in tutto il mondo ed è rimasto al primo posto delle classifiche egiziane fino a pochi mesi fa. A detronizzare al-Aswani è stato però di nuovo al-Aswani, con il suo ultimo libro, Chicago, in questi giorni uscito in Italia per Feltrinelli, la stessa casa editrice che nel 2006 aveva proposto Palazzo Yacoubian (traduzione di Bianca Longhi, pp. 310, euro 17,50).
Simile, e collaudatissima, è la struttura su cui si basano i due romanzi: una galleria di personaggi studiatamente variegati si muove all'interno di un microcosmo più o meno chiuso- là il grande edificio, realmente esistente al Cairo, che dava il titolo al libro, qua la piccola comunità di egiziani trapiantati nella metropoli statunitense, e più precisamente presso il dipartimento di istologia dell'università di Chicago, lo stesso che al-Aswani - di professione, oltre che scrittore, dentista - ha frequentato quando era studente di medicina. E come in Palazzo Yacoubian si potevano rintracciare alcuni tipi sociali ben definiti (il giovane deluso nelle sue aspirazioni che diventa terrorista o l'anziano laico cosmopolita, esemplare di una classe dominante prima della rivoluzione e ora decaduta), così è per il nuovo romanzo, dove si incontrano e si scontrano ragazzi idealisti e politicamente impegnati come Naghi, docenti ormai integrati nella vita americana - Raafat o Salah o il copto Karam Dos - ma ancora legati al loro paese di origine, giovani donne come la studentessa Shaima, catapultata dalla provincia egiziana e alle prese con consuetudini molto diverse da quelle cui era abituata. Così che i due romanzi, letti in sequenza, tracciano un quadro della società egiziana contemporanea, vista dall'interno e dall'esterno, da un occhio comunque apertamente critico nei confronti del governo. Abbiamo incontrato nei giorni scorsi a Roma 'Ala al-Aswani, impegnato in un giro di presentazioni italiane che si conclude oggi a Milano.
Dopo il successo di «Palazzo Yacoubian», «Chicago» è stato inizialmente pubblicato a puntate su un giornale. A cosa è dovuta questa scelta insolita?
In realtà, la vecchia tradizione ottocentesca del feuilleton è ben radicata in Egitto: Naguib Mahfuz per esempio ha pubblicato a puntate diversi suoi romanzi. Nel mio caso, però, Chicago non è uscito su una rivista letteraria, ma su un settimanale indipendente a larga tiratura, «El Dustour» («La Costituzione»). L'idea di pubblicare il libro a puntate è stata del direttore, Ibrahim Eissa, un mio vecchio amico e una figura di riferimento per l'opposizione in Egitto. Da poco lo hanno condannato a sei mesi di carcere: aveva scritto che il presidente Mubarak è malato, e questo è stato considerato come un attacco al governo. Ma speriamo, grazie anche al sostegno internazionale, che in appello la sentenza venga ribaltata. In ogni caso, Eissa aveva visto giusto: su «El Dustour» Chicago ha avuto un enorme successo e in questo modo è stato letto anche da persone che normalmente non si occupano di letteratura.
Ha scritto il romanzo a mano a mano che uscivano le puntate sul settimanale?
Oh no, sarebbe stata un'angoscia terribile per me. So bene che Balzac o Dickens facevano così, ma personalmente vivrei nel terrore di non scrivere un romanzo degno di questo nome. Sono un perfezionista e man mano che procedo nella stesura di un libro, rivedo e correggo, spesso in modo radicale, tutto quello che avevo scritto in precedenza. Certe pagine le ho rifatte cento volte, perché la scrittura è come la musica, tutto deve fluire in modo armonioso. La composizione di Chicago mi ha impegnato tre anni, non riuscirei mai a buttare giù un libro, incalzato dalla fretta.
Come concilia l'impegno rigoroso della scrittura con la sua professione di dentista, alla quale, come ha detto più volte, non vuole rinunciare?
Ritengo di essere una persona fortunata, perché avere un lavoro grazie al quale sono economicamente autonomo mi garantisce uno spazio di totale indipendenza proprio per quanto riguarda la scrittura. In altri termini, non devo niente allo stato egiziano e sono libero di scrivere quello che voglio. Al tempo stesso la mia professione, che comunque pratico solo due volte la settimana, mi offre contatti umani preziosi per i miei libri. Con i miei pazienti ho un rapporto che non si limita alla cura dei loro denti: mi raccontano le loro storie, mi confidano i loro problemi, mi chiedono consiglio quando devono prendere decisioni difficili. E questo è per me un continuo esercizio nella conoscenza della psiche umana, utilissimo naturalmente quando scrivo. Infine, sono molto disciplinato: quando non sono in viaggio per presentare i miei libri, non esco la sera, non bevo, comincio a scrivere ogni mattina verso le sei e lavoro poi almeno quattro ore. Un poeta forse può permettersi di scrivere nei ritagli di tempo, ma un romanziere deve sapere che il suo lavoro sarà quotidiano e costante.
A proposito di poeti, Naghi, un poeta, è l'unico personaggio di «Chicago» cui lei consenta di parlare in prima persona.
In effetti, ho scelto di affidare la prima persona a questo personaggio, appunto perché è un poeta, ha un carattere umorale e introverso, e di certo quello che pensa è più interessante di quanto potrebbe dire in una conversazione. Senza contare che in un romanzo come questo, popolato da tanti personaggi, caratterizzare una voce in modo diverso aiuta il lettore a districarsi fra i vari intrecci. Infine, potrei aggiungere che Naghi e io amiamo le stesse cose nella vita e abbiamo le stesse idee politiche. Anche se non condivido il modo in cui si comporta con la fidanzata.
Mettendo in scena il rapporto amoroso fra l'egiziano Naghi e l'ebrea Wendy lei tocca, come aveva fatto parlando di omosessualità in «Palazzo Yacoubian», un tema delicato in Egitto.
Credo che si tratti di un falso problema. Gli ebrei, così come i copti, appartengono alla storia dell'Egitto, sebbene un tempo non venissero identificati come tali, ma solo come egiziani. Anche in periodi in cui gli ebrei venivano perseguitati in Europa, facevano parte integrante della nostra società, e se molti se ne sono andati negli anni '50, dopo la rivoluzione, è stato più per una questione di appartenenza a una classe sociale, che per il fatto di essere ebrei. E per quanto vedo, è possibile essere ottimisti anche oggi: quando Chicago è stato pubblicato su «El Dustour», la storia di Naghi e Wendy non ha suscitato particolari proteste. Chi ha contestato il libro, lo ha fatto nella sua interezza, anche perché in Chicago affronto altri temi delicati, come una donna velata, Shaima, che fa sesso. Ma chi apprezza la letteratura non può che essere tollerante
Per certi versi, il suo romanzo può apparire come una galleria di personaggi esemplari. Delineando le varie figure, ha inteso dare voce alle diverse posizioni nel dibattito sull'Egitto di oggi?
Ogni personaggio è per me un vero e proprio individuo, non il portavoce di un'idea. E non comincio a scrivere finché non ho delineato tutte le figure fin nei minimi particolari: di lui o di lei devo sapere tutto, non solo che aspetto ha, ma come si muove, che vestiti porta, quale tipo di sigarette fuma. Alla fine, è come se avessi un gruppo di amici con cui sono pronto a intraprendere il mio viaggio. Sotto certi aspetti, potrei paragonare il lavoro dello scrittore a quello dell'attore, nel senso che la mia funzione è quella di «interpretare» i miei personaggi, i loro movimenti, le loro idee.
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categorie: al-aswani yacoubian

Tornando a Israele

Nel corso dell'incontro di aprile, si è accennato a un libro che mette a confronto la storia di Israele e della Palestina, così come viene letta dall'una e dall'altra parte. E difatti il volume, nato dal progetto di un gruppo di insegnanti israeliani e palestinesi, si intitola La storia dell'altro. In Italia il libro è stato pubblicato da una piccolissima casa editrice, Una città, e si può acquistare online.
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categorie: palestina, altro, israele, storia

A proposito di Palazzo Yacoubian

Un giro di recensioni su Palazzo Yacoubian, il nostro libro condiviso di maggio, si trova nel sito della Feltrinelli, casa editrice italiana dell'autore, Ala al Aswani, di cui ha pubblicato un altro romanzo, Chicago, e di recente una raccolta di racconti, Se non fossi egiziano. Al-Aswani prenderà parte alla Fiera del Libro di Torino (14 al 18 maggio), che dedica quest'anno la sua vetrina d'onore proprio all'Egitto.
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categorie: egitto, torino, al-aswani
martedì, 05 maggio 2009

Palazzo Yacoubian

‘Ala Al-Aswani, Palazzo Yacoubian, 2002. Trad.italiana di Bianca Longhi, 2006, Feltrinelli ed., pp.209.


Il libro condiviso di questo mese e’ Palazzo Yacoubian dello scrittore egiziano ‘Ala Al-Aswani. Si tratta di un romanzo corale costruito con una tecnica non particolarmente innovativa, che delinea un impianto narrativo piuttosto tradizionale. I vari personaggi che sviluppano l’azione scenica sono legati tra loro dal fatto che abitano o lavorano in un magnifico palazzo costruito negli anni trenta in un quartiere signorile del Cairo. Le diverse storie si sviluppano in un arco temporale che arriva fino alla prima guerra del golfo, intrecciando vicende di vita vissuta, di affari, di politica, di amori e di eventi drammatici, dando cosi’ uno spaccato del tessuto sociale egiziano. Il Palazzo Yacoubian e’, alla lettera, un grosso contenitore che permette il parallelismo di tante storie nello scorrere degli anni che vanno dal periodo della monarchia fino alle piu’ recenti situazioni politiche. Nel romanzo, sessant’anni di storia della societa’ egiziana sono ripercorsi dall’interno dei vari personaggi, seguendo lo sviluppo delle loro vicende personali. L’approccio e’ interessante in quanto consente di conoscere una realta’ culturalmente e geograficamente estremamente sfaccettata. Ma forse dire sfaccettata e’ poco, dato che molte delle vicende raccontate sono laceranti, anche se la scrittura dell’autore rimane sempre leggera e riesce a mescolare dinamicamente, con grande scorrevolezza, commedia e tragedia. Questo palazzo, diviso tra gli ampi appartamenti dei ricchi e quelli miserabili dei poveri, assurge a metafora dell’intera nazione egiziana, uno stato e un popolo al crocevia di Africa, Asia ed Europa, in cui, tra passato e presente convivono molte anime, da quella araba, a quella greca, francese ed europea, a quella nubiana, la regione piu’ meridionale dell’Egitto che apre la strada verso il cuore dell’Africa. Anche i modi di pensare dei protagonisti variano dal laicismo piu’ disincantato al fondamentalismo musulmano passando per il cristianesimo, copto e non.  Ne risulta quindi un’immagine del popolo egiziano talmente variegata da domandarsi come possano convivere, anche se problematicamente, cosi’ tante anime, nella stessa societa’. Come conseguenza, lo sviluppo delle vicende ha spesso una drammatica conclusione e la critica verso le classi dirigenti egiziane che si succedono nel tempo e’ feroce. Questo e’ il lato forse piu’ combattivo del romanzo, che nella sua chiara denuncia del malcostume, della corruzione e della prepotenza dell’apparato statale e sociale, trova i suoi piu’ significativi elementi di contenuto, nonostante sia forte anche la critica al conformismo benpensante, sia borghese che popolare, che tende a produrre una vischiosita’ irrazionale nel tessuto della societa’. In definitiva, un romanzo che, nonostante un impianto narrativo decisamente tradizionale, si fa leggere perche’ riproduce in modo scorrevole ed efficace, la vita, la politica e i drammi della gente nell’Egitto dell’ultimo mezzo secolo.

Alessandro Drago

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giovedì, 30 aprile 2009

Per chi fosse interessato, segnalo due link di approfondimento. Il primo è un archivio digitale di interviste, curato da Luciano Minerva ai principali scrittori contemporanei di tutto il mondo. Il secondo è una bibliografia di letteratura palestinese tradotta in italiano e curata da Wassim Dahmash: http://www.rainews24.it/ran24/rubriche/incontri/ http://www.infopal.it/leggi.php?id=3807 Un saluto Carla Bernardi
postato da: monteverdelegge alle ore 15:33 | link | commenti
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